La straordinaria vitalità del Green Deal (e le nubi sul suo futuro)

23 Dicembre 2025

E quindi, l’European Green Deal. Nel 2019 venne annunciato trionfalmente dalla Commissione Europea, e per alcuni anni è sembrato non solo il centro della politica comunitaria, ma un esempio per il resto delle economie sviluppate. Poi l’arrivo di un nuovo esecutivo europeo più spostato a destra e le conseguenze della guerra russo-ucraina hanno cambiato l’agenda, e di quel piano oggi si parla sempre meno. I dati dicono che, nonostante tutto, i primi obiettivi fissati da Bruxelles sono raggiungibili. La sfida ora è la sua tenuta a lungo termine: reggerà alla prova del tempo?

Siamo davvero fit for 55

Per fare il punto della situazione, è bene partire dal principio. European Green Deal (EGD) è il nome ombrello delle politiche di transizione ecologica dell’Unione Europea. Quando venne lanciato si parlava di un piano da mille miliardi di euro in cinque anni. «Sarà il nostro uomo sulla luna» disse allora la presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen. La pandemia da covid-19 cambiò inevitabilmente le priorità di spesa delle istituzioni comunitarie, ma non cancello l’EGD. Next Generation EU, il piano di rilancio post-coronavirus dell’Unione, destinava un terzo dei suoi 750 miliardi di budget alla transizione. 

L’obiettivo finale dell’European Green Deal è la neutralità carbonica – il punto cioè in cui le emissioni emesse sono pari a quelle riassorbite. E siccome alberi e macchinari vari possono riassorbire fino ad un certo punto, il grosso della neutralità verrà dal taglio delle emissioni stesse. La data limite per il raggiungimento dell’obiettivo è il 2050. Un orizzonte distante, e per questo l’Unione si è data un target intermedio: il taglio del 55% delle emissioni climalteranti – calcolate rispetto al picco massimo mai raggiunto, datato 1990 – entro il 2030. Si tratta della prima vera milestone dell’EGD, e la Commissione gli ha dedicato un pacchetto di misure apposito, il FitFor55. Molte delle politiche ecologiche più discusse negli ultimi anni – dallo stop ai motori a combustione fino alla cosiddetta direttiva case green – fanno parte di questo pacchetto.

A maggio del 2025 il commissario europeo al clima Wopke Hoekstra ha rivelato gli ultimi dati a disposizione dell’Unione in quanto a riduzione delle emissioni. E, un po’ a sorpresa, sono dati incoraggianti. Rispetto al 1990, abbiamo ridotto i gas climalteranti del 37%, con un -8% nel solo 2023. I programmi già approvati, se rispettati, dovrebbero portare ad una riduzione complessiva del 54% al 2030: un passo dall’obiettivo.

Sono bei numeri. A cosa li dobbiamo? «Non esiste un provvedimento che si chiama Green Deal, ma una cornice dentro la quale sono stati approvati nella scorsa legislatura moltissimi provvedimenti. All’interno di questo pacchetto alcune misure sono state annacquate o rimandate, ma i fondamentali che determinano il grosso delle emissioni sono stati confermati». A parlare è Gianluca Ruggieri, presidente della cooperativa energetica rinnovabile ènostra e docente di Fisica Tecnica Ambientale all’Università dell’Insubria. 

«Nessuno mette in discussione l’obiettivo del 42.5% di rinnovabili nel mix energetico europeo al 2030, nessuno mette in discussione i target di efficienza energetica degli edifici, nessuno mette in discussione ETS ed ETS2 – la regolamentazione dello scambio dei diritti di emissione, che stanno sotto un cappello di picco delle emissioni che si riduce anno per anno. Sono tutti meccanismi che hanno funzionato e che sono stati riconfermati. E nei loro caratteri fondamentali non ci sono passi indietro. Mettendo assieme questi elementi, possiamo dire che dal punto di vista della riduzione delle emissioni siamo tutto sommati in linea».

L’Ue in ritardo sui compiti a casa

L’annuncio di Hoekstra è stato accolto dall’ecologismo con un po’ di stupore e un po’ di ottimismo. Il clima politico dell’ultimo anno, infatti, è stato tutto fuorché favorevole alla transizione. All’elezione del negazionista climatico Donald Trump negli Stati Uniti si è aggiunto un generale ridimensionamento dell’ambizione europea. Gli Stati membri sono bloccati da mesi in un negoziato interminabile sulla definizione del prossimo obiettivo intermedio, quello relativo al 2040. La Commissione ha proposto un -90% rispetto ai livelli del 1990, ma Paesi come Germania, Italia e Francia sono contrari. Anche per via di questo stallo, quasi sicuramente l’Unione Europea si presenterà alla Cop30 di Belém – il prossimo incontro negoziale sul clima delle Nazioni Unite, previsto per novembre – senza aver compilato il suo Ndc. Ovvero, senza gli impegni ecologici che il Continente si impegna a mantenere di fronte al resto del mondo, e che tutti i governi avrebbero dovuto pubblicare già in settembre. 

Nel mentre, pezzetti dell’European Green Deal stanno venendo smantellati o rimandati. Già all’inizio del 2024, in seguito alle cosiddette proteste dei trattori, era stata posposta l’applicazione di alcune restrizioni relative ai pesticidi. Con le elezioni europee e la nuova Commissione, sempre guidata da Ursula Von Der Leyen, si è poi rimandata la direttiva relativa alla lotta contro la deforestazione importata, e si sta parlando di nuove deroghe allo stop ai motori a combustione. 

Le priorità sono altre – parola di Presidente!

Quali sono le cause di questo rallentamento? La stampa europea ne dibatte da mesi. Una prima risposta è di tipo politico. Le ultime elezioni europee sono state segnate dal cosiddetto green backlash, o contraccolpo verde. Di fatto, un crollo della popolarità delle politiche ecologiche – in particolare quelle relative a edilizia e mobilità – e un boom delle forze di ultradestra che promettono di cancellarle. Un cambio di clima politico che ha portato non solo a spostare a destra gli equilibri dell’Europarlamento e di molti governi nazionali, ma anche a convertire forze moderate del centrodestra e del centrosinistra a posizioni meno favorevoli alla transizione ecologica. Sull’origine del green backlash stesso esiste a sua volta un ampio dibattito – c’è chi incolpa la propaganda delle lobby legate all’economia tradizionale, chi una transizione europea poco regolata e che non ha redistribuito profitti e benessere.

Un secondo fenomeno è però indipendente dalle dinamiche elettorali. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha cambiato radicalmente l’agenda politica dell’Unione. Da un lato lo stop ai flussi di idrocarburi russi ha portato all’esplosione di progetti relativi al gas fossile, dall’altro il riarmo ha sostituito la transizione nei bilanci e nella programmazione europea. Una sostituzione anche narrativa. Nel 2021, durante il suo annuale discorso sullo stato dell’Unione, la presidente Ursula Von Der Leyen ha usato la parola clima 16 volte; nel 2023, solo quattro. Al contrario, la parola sicurezza è passata da 12 a 17 menzioni e la Russia da 1 a 14. L’analisi del testo l’ha curata la testata francese Le Grand Continent, che ricorda anche un altro episodio. Durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo esecutivo europeo, una giornalista ha chiesto a Von Der Leyen come siano cambiati i criteri di formazione della sua squadra. Lei ha risposto che «cinque anni fa la transizione ecologica era una priorità. Oggi è ancora rilevante […], ma la sicurezza e la concorrenza hanno giocato un ruolo maggiore».

Il piano di riarmo della NATO – l’alleanza militare di cui fanno parte la maggioranza dei Paesi Ue – preoccupa particolarmente gli ecologisti. Non solo perché il settore bellico è altamente emissivo, ma perché l’impegno di portare la spesa pubblica in difesa fino al 5% del PIL entro il 2035 – molto voluto dal presidente Usa Trump – rischia di cozzare con gli investimenti necessari alla transizione.

«Io credo che ci siano almeno tre elementi in gioco» continua Ruggieri. «Il primo è questa grande ansia di riarmare l’Unione Europea. Il secondo consiste nel fatto che il Green Deal – e lo stesso potremmo dire dell’operato del Ministero della Transizione Ecologica a guida Cingolani, quando c’era – è un insieme di provvedimenti improntati alla riduzione delle emissioni e al miglioramento di alcuni parametri ambientali (penso ad esempio alla Nature Restoration Law) ma manchevole dal punto di vista della giustizia climatica. L’attenzione alla questione della redistribuzione, delle disuguaglianze, del chi paga la transizione, è stata parziale, e anche laddove c’è stata si è spesso speso male o si è informato poco la popolazione. Di fronte a questo tema, si poteva rispondere migliorando, dando più attenzione ai deboli. La risposta è invece arrivata dalle destre, che hanno accusato il Green Deal di voler fare il bene dei ricchi, e non la transizione».

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