Cosa
La climate strategy è il processo con cui un’organizzazione identifica, quantifica e gestisce i rischi legati al cambiamento climatico. I rischi si dividono in due categorie: i rischi fisici, derivanti da eventi climatici estremi o da mutamenti cronici che colpiscono infrastrutture, siti produttivi e catene di fornitura, e i rischi di transizione, connessi all’evoluzione di normativa, tecnologie e mercati verso un’economia a basse emissioni. La valutazione del rischio climatico è oggi parte integrante dell’analisi di doppia materialità prevista dagli standard europei di rendicontazione di sostenibilità (ESRS, in particolare lo standard E1 sul cambiamento climatico) ed è alla base dei piani di transizione richiesti da banche, investitori e grandi committenti.
Perché
Sviluppare una climate strategy strutturata offre vantaggi concreti:
- Mantenere l’accesso al credito: dall’11 gennaio 2026 le linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG (EBA/GL/2025/01) impongono alle banche di valutare l’esposizione climatica dei clienti e la credibilità dei loro piani di transizione, con effetti diretti su istruttorie e condizioni di finanziamento;
- Adempiere ai requisiti di rendicontazione: per le imprese soggette alla direttiva CSRD sulla rendicontazione societaria di sostenibilità, i rischi climatici e la resilienza della strategia aziendale sono oggetto di informativa obbligatoria secondo lo standard ESRS E1;
- Qualificarsi presso i committenti: le grandi imprese soggette agli obblighi di dovere di diligenza trasferiscono ai fornitori richieste di dati e presidi sui rischi climatici lungo la catena del valore;
- Proteggere la continuità operativa: quantificare in termini economici i rischi fisici consente di prioritizzare gli investimenti di adattamento, ridurre le perdite attese e migliorare il profilo assicurativo degli asset.
Come
Il percorso muove dall’analisi del contesto: settore, localizzazione dei siti, struttura della catena del valore. Su questa base si identificano i rischi fisici e di transizione rilevanti e se ne valuta severità e probabilità, anche attraverso analisi di scenario riferite a diverse traiettorie climatiche. I rischi prioritari vengono quantificati in termini economici, così da stimare perdite attese e costi di inazione. Segue la definizione del piano di adattamento e mitigazione: interventi su infrastrutture e processi, diversificazione degli approvvigionamenti, obiettivi di riduzione delle emissioni, con i relativi costi di investimento e benefici attesi. Il piano individua anche le fonti di copertura finanziaria, incluse le opportunità di climate finance europee e nazionali. L’ultimo step è l’integrazione dei presidi nella governance aziendale, con indicatori di monitoraggio e aggiornamento periodico della valutazione.
Focus
Rischi climatici e accesso al credito: cosa chiedono le banche dal 2026
Con le linee guida EBA/GL/2025/01, applicabili dall’11 gennaio 2026 (dall’11 gennaio 2027 per gli istituti piccoli e non complessi), la gestione dei rischi ESG è entrata stabilmente nell’impianto prudenziale delle banche europee. Gli istituti devono identificare, misurare e monitorare i rischi climatici dei propri portafogli, analizzando i piani di transizione dei clienti e la resilienza dei loro modelli di business. Per le imprese, anche non soggette alla direttiva CSRD, la conseguenza è concreta: la capacità di documentare i propri rischi climatici e le strategie di adattamento incide sull’accesso al credito e sulle sue condizioni. Una climate strategy documentata diventa così parte del corredo informativo da presentare a banche e investitori, insieme alla misurazione delle emissioni e agli obiettivi di riduzione.
Piani di transizione climatica: cosa resta dopo il pacchetto Omnibus
La direttiva (UE) 2026/470 (pacchetto Omnibus I, in vigore dal 18 marzo 2026) ha soppresso l’obbligo, originariamente previsto dall’articolo 22 della direttiva CSDDD sul dovere di diligenza, di adottare e attuare un piano di transizione climatica allineato all’Accordo di Parigi. L’informativa sui piani di transizione resta però prevista dalla CSRD per le imprese nel suo perimetro (oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di ricavi netti), secondo lo standard ESRS E1. Sul piano tecnico il riferimento metodologico si è consolidato: le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), sciolta nell’ottobre 2023, sono confluite negli standard dell’International Sustainability Standards Board (ISSB), che dal 2024 ne ha assunto il monitoraggio. I quattro pilastri originari — governance, strategia, gestione dei rischi, metriche e obiettivi — restano l’architettura comune di ogni valutazione del rischio climatico, inclusa quella integrata nelle strategie di decarbonizzazione.
La consulenza
con NUVA
NUVA mette a disposizione le proprie competenze tecniche e metodologiche per sviluppare una climate strategy realmente aderente alle esigenze di un’organizzazione. Grazie ad un know-how consolidato nel settore, evitando ridondanze e formalizzazioni non necessarie, ci concentriamo sui rischi a maggiore impatto economico e offriamo al cliente un supporto completo: dalla valutazione quantitativa dei rischi climatici alla definizione del piano di adattamento, fino all’individuazione degli strumenti finanziari per sostenerne l’attuazione e all’integrazione dei risultati nella rendicontazione di sostenibilità.
F.A.Q.
Qual è la differenza tra rischi climatici fisici e rischi di transizione?
I rischi fisici derivano direttamente dal cambiamento climatico: eventi estremi come alluvioni, siccità e incendi (rischi acuti) o mutamenti progressivi come l’innalzamento del livello del mare e lo stress idrico (rischi cronici). I rischi di transizione derivano invece dal passaggio a un’economia a basse emissioni: nuove normative e prezzi del carbonio, evoluzione tecnologica, cambiamento delle preferenze di mercato e perdita di valore degli asset ad alta intensità di carbonio. Una valutazione completa considera entrambe le categorie lungo l’intera catena del valore.
Cos’è l’analisi di scenario e perché viene richiesta?
L’analisi di scenario valuta la resilienza di un’azienda rispetto a diverse traiettorie climatiche future, ad esempio uno scenario di contenimento del riscaldamento entro 1,5 °C e uno di riscaldamento più elevato. È richiesta dallo standard ESRS E1 per la rendicontazione della resilienza strategica ed è utilizzata da banche e investitori per valutare la solidità dei modelli di business nel medio-lungo periodo. Non produce previsioni, ma confronta gli effetti economici di ipotesi alternative, orientando le priorità di investimento.
Il piano di transizione climatica è ancora obbligatorio dopo il pacchetto Omnibus?
La direttiva (UE) 2026/470 ha eliminato l’obbligo di adozione e attuazione del piano di transizione climatica previsto dalla direttiva CSDDD. Resta però l’obbligo di informativa per le imprese soggette alla CSRD, che devono rendicontare i propri piani di transizione secondo lo standard ESRS E1. Soprattutto, il piano di transizione resta un requisito di mercato: le banche, in applicazione delle linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG, ne valutano la credibilità nei processi di concessione del credito.
La valutazione del rischio climatico riguarda anche le PMI escluse dalla CSRD?
Sì, per due canali indiretti. Le banche, tenute dalle linee guida EBA a gestire i rischi climatici dei propri portafogli, richiedono dati e piani anche ai clienti non soggetti a obblighi di rendicontazione. I grandi committenti, dal canto loro, trasferiscono ai fornitori le richieste informative derivanti dai propri obblighi di rendicontazione e due diligence. Per una piccola o media impresa, una valutazione proporzionata dei rischi climatici è quindi uno strumento di accesso al credito e di valorizzazione commerciale, oltre che di protezione degli asset.
Qual è la differenza tra strategia di adattamento climatico e carbon management?
La strategia di adattamento climatico parte dall’esposizione: analizza i rischi fisici e di transizione che il cambiamento climatico genera per l’azienda, e definisce le misure per contenerli. Il carbon management agisce invece sulla mitigazione: riduce le emissioni di gas serra generate dall’organizzazione, per limitarne il contributo al cambiamento climatico. I due percorsi sono complementari e alimentano entrambi la rendicontazione di sostenibilità.
Risorse
- Linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG (EBA/GL/2025/01) — Il documento dell’Autorità bancaria europea che definisce come le banche identificano e gestiscono i rischi climatici dei clienti.
- Direttiva (UE) 2026/470 (pacchetto Omnibus I) — Il testo che modifica CSRD e CSDDD, incluso il regime dei piani di transizione climatica.
- Climate-ADAPT — La piattaforma europea sull’adattamento al cambiamento climatico, gestita da Commissione europea e Agenzia europea dell’ambiente.
- IFRS Foundation — ISSB e TCFD — La pagina ufficiale sul passaggio delle raccomandazioni TCFD negli standard ISSB.